Oltre la solita narrazione sportiva

Chi comanda davvero lo sport? L’ascesa dei paesi del Golfo

Chi comanda davvero lo sport? L’ascesa dei paesi del Golfo

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Lo sport mondiale ha dei nuovi padroni e parlano arabo. Negli ultimi 15 anni, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Unitine hanno riscritto la geografia dello sport a suon di petroldollari. I tre paesi hanno il medesimo obiettivo: diversificare le proprie economie, affrancarsi dal petrolio e ridisegnare l’immagine di sé agli occhi del mondo.

Arabia Saudita: il fondo saudita PIF

L’Arabia Saudita guida questa strategia tramite il Public Investment Fund (PIF), fondo sovrano da oltre 650 miliardi di dollari. L’operazione di maggior rilievo è stata l’acquisizione del Newcastle nel 2021, ma l’impegno è anche diffuso ad altre discipline: nel golf il PIF sta trattando con la PGA l’integrazione delle attività commerciali, mentre in Formula 1 il fondo è partner della scuderia Aston Martin Aramco e detiene quote del McLaren Group.

L’espansione prosegue nel tennis, dove il PIF sponsorizza le Nitto ATP Finals di Torino, le Next Gen ATP Finals di Gedda e diversi Masters 1000, oltre agli accordi in essere con il circuito femminile WTA. Parallelamente, in Saudi Pro League il fondo controlla il 75% di Al-Nassr, Al-Ittihad e Al-Ahli. Infine, nel settore digitale sono stati stanziati più di 38 miliardi di dollari per rendere il Regno l’hub mondiale del gaming entro il 2030.

Saudi Vision 2030

L’intero disegno strategico fa capo alla Saudi Vision 2030, il piano con cui Riad punta a posizionarsi tra le prime economie mondiali entro appunto il 2030. Gli investimenti sportivi sono funzionali a questo obiettivo, il traguardo è già fissato per il 2034 quando l‘Arabia Saudita ospiterà i Mondiali FIFA. Il piano di spesa previsto per la manifestazione calcistica è superiore ai 50 miliardi di dollari, destinati in gran parte alle infrastrutture e alla costruzione o ristrutturazione degli stadi.

L’impegno saudita nello sport è solo un ramo dell’ampio programma della Saudi Vision 2030 lanciato dal principe Bin Salman nel 2016. Il piano prevede, inoltre, la concentrazione dei vari fondi di investimento sauditi in un unico fondo sovrano con un capitale di 2.500 miliardi di dollari, con lo scopo di ottenere quote di partecipazione nei principali fondi internazionali.

Il provvedimento include, poi, una serie di progetti non solo economici, ma anche sociali e di sviluppo finalizzati a preparare il Paese a una fase post-petrolifera con la costituzione di un fondo sovrano da 2.000 miliardi di dollari per turismo, cultura, intrattenimento, trasporti e digitalizzazione.

Qatar: National Vision 2030

Simile è il programma di investimenti qatariota lanciato nel 2008: la Qatar National Vision 2030 (QNV). Però la sua strategia si basa su fondamenta diverse, il Qatar infatti non gode di una superficie geograficamente molto estesa ed è poco influente a livello geopolitico.

Di conseguenza il paese del Golfo ha deciso di ridisegnare la propria immagine, in primis, per distanziarsi dall’instabilità regionale ospitando diverse a manifestazioni sportive sul suo territorio, in secondo luogo, come per l’Arabia, l’obiettivo è la transizione verso un’economia sostenibile e diversificata. La QNV si articola in tre fasi:

  1. 2011-2016: la National Development Strategy (NDS1) si è concentrata sulla creazione della struttura istituzionale e sull’allocazione dei proventi dai combustibili fossili con la nascita della Qatar Investment Authority (QIA);
  2. 2018–2022: la seconda fase è stata dominata dalla preparazione alla Coppa del Mondo FIFA, dotando il Paese di infrastrutture urbane, strutture alberghiere e trasporti con investimenti tra i 200 e i 300 miliardi di dollari;
  3. 2024 – 2030: la fase finale mira a convertire l’economia dei cantieri in un’economia basata sulla conoscenza, sull’innovazione digitale e sul settore privato.

L’operazione di marketing più significativa della prima fase è stata l’acquisizione, da parte della Qatar Sports Investments (controllata della QIA), del Paris Saint-Germain: acquistato per circa 70 milioni di euro nel 2011, oggi vale 4,25 miliardi. Inoltre, la QSI possiede anche lo Sporting Braga e il KAS Eupen.

In ambito sportivo, il Qatar ha investito centinaia di milioni nell’acquisto del World Padel Tour e nella creazione del circuito Premier Padel. La capogruppo QIA è stata il primo fondo sovrano a entrare direttamente nelle leghe di basket statunitensi acquistando una quota in Monumental Sports & Entertainment (che controlla i Washington Wizards, i Washington Capitals, le Washington Mystics e la Capitol One Arena). Infine, in Formula 1, la QIA ha siglato accordi per acquisire una quota significativa in Sauber Holding AG.

Emirati Arabi Uniti: “We the EAU 2031”

Gli Emirati stanno mettendo in atto il piano decennale “We the EAU 2031″ per consolidare il ruolo del Paese come leader globale e diversificare l’economia.

Il piano di basa su quattro pilastri:

  • Economia: raddoppiare il PIL nazionale a 3.000 miliardi di Dirham e raggiungere 800 miliardi di esportazioni non petrolifere;
  • Turismo: aumentare il contributo del settore turistico al PIL fino a 450 miliardi di Dirham e attrarre investimenti per oltre 100 miliardi;
  • Società: posizionare gli Emirati tra i primi 10 Paesi al mondo nell’Indice di Sviluppo Umano e nella qualità del sistema sanitario;
  • Diplomazia ed Ecosistema: rafforzare la “Forward Diplomacy” per nuove alleanze e promuovere l’innovazione verde.

I fondi sovrani emiratini

Gli Emirati mirano così a moltiplicare l’impatto del settore sportivo entro il 2031-2033 operando su più fronti tramite tre fondi sovrani differenti:

  1. Mubadala Investment Company: guidato da Khaldoon Al Mubarak sfrutta i flussi di diritti televisivi e licenze. Detiene tornei ATP e WTA, controlla franchigie di SailGP, organizza tappe di Formula 1 e possiede quote in NBA e MLB (come nei Los Angeles Lakers e nei Dodgers);
  2. ADQ (Abu Dhabi Developmental Holding Company): la sua strategia si dirama tra proiezione del brand Paese e salute pubblica. Finanzia l’UAE Team Emirates (ciclismo) e l’UAE Team ADQ (femminile). Sul fronte interno, invece, agisce come ministero ombra del Welfare: controllando federazioni calcistiche e programmi giovanili, investe miliardi per spingere la popolazione attiva a fare sport, con l’obiettivo di abbattere la spesa sanitaria pubblica legata a sedentarietà e obesità entro il 2031;
  3. ADIA (Abu Dhabi Investment Authority): è il fondo più longevo nato nel 1976 con un patrimonio stimato di 850-900 miliardi di dollari. La direttrice principale è una sola: il mattone. L’ADIA si muove nel mondo dello sport investendo massicciamente nei più grandi fondi di private equity immobiliare del mondo. Attraverso questi canali indiretti, partecipa alla costruzione di arene tecnologiche di ultima generazione, al rifacimento dei grandi stadi europei e americani e, soprattutto, alla speculazione edilizia dei distretti commerciali e alberghieri.

A questi fondi pubblici si aggiunge anche il fondo privato dello sceicco Mansour: il Newton Investment and Development. Questo fondo, in sinergia con Mubadala, controlla il City Football Group, una rete che gestisce 13 squadre in 5 continenti, tra cui il Manchester City, il Girona, il Lommel, il New York City, il Melbourne City FC, il Troyes e il Palermo.

Il peso finanziario dei paesi del Golfo

L’investimento complessivo dei Paesi del Golfo nel settore sportivo globale supera i 15 miliardi di dollari per le sole acquisizioni dirette di squadre e circuiti. La cifra raggiunge centinaia di miliardi se si considerano le infrastrutture per i grandi eventi e il potenziamento dei programmi nazionali.

La straordinaria disponibilità di capitali resta il vero motore di questa trasformazione: finché il mercato internazionale continuerà ad accogliere questi flussi, la strategia del Golfo non sarà solo un’operazione finanziaria, ma un grande e articolato programma di soft power senza precedenti.

Attraverso la sinergia tra fondi sovrani, gestione delle infrastrutture e controllo dei diritti mediatici, questi Stati hanno dimostrato di possedere la potenza necessaria non solo per spostare gli equilibri economici del settore, ma per riscrivere radicalmente la geografia e gli assetti dello sport mondiale.


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