Quel coast-to-coast contro il Verona del 1996 resta il marchio di fabbrica di George Weah, ma per il campione liberiano quella corsa è stata solo il preludio a una sfida ben più impegnativa: prendere le redini il suo Paese. La sua storia si intreccia con quella della sua Liberia, nata come colonia americana per gli schiavi liberati e segnata nel tempo da disuguaglianze e guerre civili.

Le origini: da schiavi a schiavisti
La Liberia nacque nel 1821 per iniziativa dell’American Colonization Society (ACS) con l’obiettivo di rimpatriare in Africa gli schiavi liberati negli Stati Uniti. Il progetto, sostenuto dal presidente James Monroe, si rivelò però un totale fallimento sociale.
I nuovi arrivati non si integrarono con le popolazioni indigene, anzi loro volta imposero un modello schiavista nel paese di stampo statunitense. Successivamente con l’indipendenza del 1847, la Liberia entrò in una spirale di debiti, finendo per svendere intere aree a multinazionali.

Guerre mondiali e tensioni interne
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Liberia si schierò con gli Alleati, diventando il principale fornitore di gomma per gli USA. Successivamente sotto la presidenza di William Tubman (1944-1971), la Liberia si modernizzò ma ricchezza restò nelle mani di una ristretta élite di 300 famiglie, mentre oltre il 90% della popolazione nativa viveva in miseria. La tensione popolare esplose nel 1979 con la “rivolta del riso”, preludio del colpo di Stato del 1980 guidato dal sergente Samuel K. Doe.
George Manneh Oppong Weah nasce sotto la presidenza Tubman il 1° ottobre 1966 a Capitol Bypass, Monrovia. La sua famiglia apparteneva alle etnie Kru e Bassa. Weah cresce in un contesto sociale in cui l’identità etnica è un fattore determinante a livello sociale. Infatti, la contrapposizione tra gruppi locali e la classe dirigente discendente dagli schiavi americani rappresentò, per decenni, la causa principale delle tensioni e delle guerre civili nel Paese.
L’era Doe e il baratro
Samuel K. Doe prese il potere nel 1980, inaugurando un’era segnata da discriminazioni etniche e repressione. Sospesa la Costituzione, imbavagliò la stampa e riempì i posti di comando con membri della propria etnia, i Krahn, discriminando i gruppi Gio e Mano. Il sistema, però, crollò il 24 dicembre 1989, quando il Fronte Patriottico Nazionale di Charles Taylor attaccò il Paese, scatenando la prima Guerra Civile Liberiana. Doe fu assassinato da Prince Y. Johnson, ma i combattimenti continuarono fino al 1997, lasciando 150.000 morti sul terreno. I combattimenti si placarono solo nel 1997, quando Charles Taylor fu eletto nuovo presidente della Liberia.

Mentre il Paese sprofondava nei combattimenti che includevano esecuzioni sommarie, il reclutamento di bambini soldato e l’attacco alle aree protette, a livello internazionale emergeva la figura del calciatore George Weah.
Durante gli anni più bui del conflitto, infatti, l’attaccante si affermò in Europa fino a vincere il Pallone d’Oro nel 1995 con il Milan. Poi finanziò di tasca propria la nazionale di calcio liberiana, i Lone Stars, pagando trasferte e divise. In una Liberia divisa tra signori della guerra, Weah e la nazionale rimasero l’unico simbolo di unità nazionale.
Seconda guerra civile (1999-2003)
Il regime di Taylor, dal 1997 al 2003, portò ad un’ulteriore frammentazione dello Stato. Con l’insorgere dei gruppi ribelli LURD – United for Reconciliation and Democracy e MDL – Movement for Democracy in Liberia, il paese ricadde nel caos e nella guerra civile.
Solo nel 2003, dopo l’assedio di Monrovia e la fuga di Taylor in Nigeria, fu firmato l’Accordo di Pace Globale, che pose fine a 14 anni di conflitti e 250.000 vittime.
L’Accordo di Pace Globale (CPA) ha creato un quadro per un governo di transizione, ha richiesto riforme politiche ed economiche e ha definito le procedure per la smobilitazione. Il Governo Nazionale di Transizione della Liberia è stato inaugurato il 14 ottobre 2003, in base a un accordo di condivisione del potere che includeva membri di diverse fazioni in lotta.

Le elezioni del 2005: lo scontro politico
Il nuovo presidente Moses Blah guidò il governo di transizione fino al 2005, anno delle elezioni generali che segnarono lo scontro tra due anime distinte della storia liberiana. Da un lato Ellen Johnson Sirleaf, leader del partito Unity Party, espressione dell’élite colta e vicina alla tradizione americo-liberiana, forte di studi a Harvard e di una carriera alla Banca Mondiale. Dall’altro George Manneh Weah, sostenuto dal partito Congress for Democratic Change, simbolo del riscatto delle popolazioni native e della gioventù cresciuta nei ghetti durante la guerra.
Il voto decretò l’elezione di Ellen Johnson Sirleaf come prima presidente donna africana con il 59,4% delle preferenze. Mentre, l’ex campione di calcio si fermò al 40,6%, siglando il suo ingresso ufficiale e definitivo nella prima linea della politica liberiana.
Il bilancio della presidenza Weah
Dopo il successo sportivo mondiale e il Pallone d’Oro del 1995, George Weah ha sfruttato la propria fama puntando al potere politico. Dopo il tentativo fallito del 2005 contro Ellen Johnson Sirleaf e la rottura del 2011, la scalata si è compiuta nel 2017. La sua presidenza, iniziata sotto il segno della speranza, si è chiusa nel 2023 con la sconfitta elettorale contro Joseph Boakai e il riconoscimento del risultato, gesto che ha garantito una rara transizione democratica in una regione scossa da numerosi colpi di Stato.
Sul fronte dei lavori pubblici, l’amministrazione Weah ha ottenuto risultati tangibili costruendo due ospedali fuori dalla capitale, ristrutturando alloggi popolari e avviando una ingente pavimentazione stradale. Ha inoltre approvato la legge che autorizza la doppia cittadinanza e facilita il riconoscimento della cittadinanza per via materna, superando norme che Weah ha definito «inappropriate». Sul piano della stabilità, invece, ha mantenuto la pace dopo il ritiro della missione ONU nel 2018.

Le ombre: corruzione e promesse mancate
Il mandato Weah è stato segnato anche da gravi criticità. La lotta alla corruzione, pilastro del programma elettorale, si è scontrata con episodi controversi. Come la sparizione di circa 100 milioni di dollari in valuta locale tra il 2017 e il 2018 ha portato gli Stati Uniti a sanzionare alcuni membri dell’esecutivo. Anche la gestione della violenza di genere ha mostrato limiti strutturali: nonostante la dichiarazione di emergenza nazionale nel 2020, il governo non aveva ancora istituito il procuratore speciale per lo stupro, il registro nazionale dei molestatori e i tribunali specializzati promessi.
La missione “a favore dei poveri” ha sofferto l’impatto dell’inflazione globale e ha portato all’aumento dei prezzi dei beni prima necessità. Inoltre, il processo di armonizzazione degli stipendi pubblici ha generato forte malcontento, culminato nelle proteste del 2022. Sul tema dei crimini di guerra, la posizione di Weah è apparsa incoerente: pur avendo auspicato in passato un tribunale speciale, durante il suo mandato ha evitato di imporre una linea ferma, bilanciando le istanze di giustizia con le fragili alleanze politiche che hanno sostenuto il suo partito.
Weah oggi
Dopo la conclusione del suo mandato presidenziale in Liberia, avvenuta nel gennaio 2024, George Weah si è ritirato dalla politica attiva, dichiarando di non voler mantenere ruoli istituzionali a lungo termine.
Attualmente, nel 2026, la sua figura rimane legata al mondo dello sport e a eventi internazionali. Recentemente ha partecipato in qualità di capitano onorario al “Players’ Voice Panel” della FIFA in veste testimonial in iniziative globali contro il razzismo durante la Coppa del Mondo. Confermando come, pur lontano dalle urne e dal campo, la sua figura rimane un’icona capace di esercitare un’influenza che va che ben oltre i confini della Liberia.

